venerdì 14 giugno 2013

Sette giorni per I viaggi di Eliana Petrizzi



Pietra di garza.
Pietra di garza.
[Pubblicato su ROMA Cronaca di Salerno e provincia, 22 marzo 2013, p.27.]
Con la personale intitolata I viaggi dentro Eliana Petrizzi ritorna a Salerno presso la galleria “Il Catalogo”. Diciotto opere dell'artista irpina resteranno esposte fino al 30 marzo.
Partendo dall'individuazione di elementi simbolici che rimandano a concetti spirituali, la sua ricerca realizza il superamento della fisicità per cogliere il senso universale delle cose. La consapevolezza della sproporzione fra questo scopo e la capacità di realizzarlo, determinata dai limiti intrinseci alla condizione umana, è espressa dall'atmosfera malinconica che pervade i dipinti. Varie stratificazioni di diversa trama e consistenza culminano con velature tese all'ottenimento di una figurazione realistica e tuttavia connotata da un senso di indeterminatezza. Il colore, slegato dalla rappresentazione fedele, fotografica della realtà, assume un valore concettuale; le monocromie restituiscono immagini tremule, palpitanti, che invitano a una calma meditazione.
Fra le soluzioni formali proposte dall'artista si segnalano in particolare i dittici, volti a rappresentare concetti non sintetizzabili in una sola immagine secondo un principio analogo a quello posto in atto attraverso la scrittura ideografica: la combinazione di elementi riconoscibili permette all'osservatore di ricostruire una narrazione attraverso la quale pervenire al significato. In genere tale processo è attivato dal binomio volto-paesaggio, inteso come contrapposizione fra interiorità ed esteriorità, anima e mondo, e svolge la stessa funzione chiarificatrice che è propria dei sogni. Il volto isolato, sospeso nel buio, rappresenta l'aspetto spirituale, immortale e intangibile, e tuttavia non estraneo all'amarezza dell'esistenza, resa attraverso tagli, screpolature, striature e altre interferenze visive, che tuttavia non sembrano turbare più di tanto la purezza dell'immagine aggredita, violata, eppure persistente, al punto da stagliarsi al di là delle ferite, fissata nell'espressione pacata di chi non ha ancora aperto gli occhi alla realtà o non ha più bisogno di vedere. In definitiva, la figura sembra trarre forza proprio da ciò che la indebolisce, per esprimere la piena accettazione di un'esistenza connotata dalla fragilità. Il paesaggio, reso attraverso immagini evanescenti, evoca il silenzio, che pone in relazione con l'essenza delle cose, e la solitudine, che segna tutti i momenti di passaggio che scandiscono il corso della vita ma permette di ritrovarsi.
Big stone.
Big stone.

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